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Vi ricordate com'era Facebook tanti tanti anni fa, quando in Italia lo conoscevano al massimo 50 persone?

Allora si scriveva poco di personale, perché i pionieri del social (io per prima) venivano da anni di forum in anonimato, dove ci si conosceva solo per nickname e si credeva fermamente che niente di privato dovesse trapelare in rete a causa di quel principio fondante dell'informatica che stabilisce che nulla possa mai essere veramente cancellato.

Insomma, pretendevamo privacy e soprattutto rispettavamo la privacy degli altri. Non mettevamo mai il nostro vero nome, anche se ci si conosceva tra di noi, e non inserivamo mai il giorno del compleanno perché pensavamo che gli amici veri non hanno bisogno che Facebook dica loro di farti gli auguri, ma ti telefonano e te li fanno a voce. A quei tempi noi saremmo decisamente inorriditi all'idea che Facebook pubblicasse le nostre foto per il #friendsday...

Negli anni le cose sono cambiate. La società tecnocratica e un po' nerd (ancora una volta io per prima) ha abbandonato Facebook ed è stata sostituita da un mosaico di umanità più aperta e socievole che a volte, in buona fede e un po' distrattamente, sbatte i fatti degli altri nelle altrui bacheche.

E allora ti capita di vedere lo scontrino del Viagra che la commessa di una farmacia ha fotografato per fare vedere quanto ha speso un cliente per un briciolo di ritrovata gioventù o la foto dell'amato cane ritratto mentre è  impegnato nel rito della sua igiene intima giornaliera con, sullo sfondo, il pezzo di mutanda dell'ignaro padrone di casa che ha avuto la sfortuna di passare nel momento in cui veniva scattata (e caricata) la foto.

Ma dalle bacheche altrui cadono anche conversazioni. Qualcuna mi strappa un sorriso, come quella in cui i ragazzi si interrogano su come si facesse a trovare un percorso prima dell'invenzione di Google Maps, o quella in cui tutti deridono l'amico secchione che per una volta ha "cannato" sostenendo che il naufragio del Titanic è realmente avvenuto mentre tutti (gli altri) sanno che è un film ;).

Qualche altra mi fa scoprire che l'amica dell'amica di una mia amica è in menopausa e che lo è anche l'altra amica dell'amica di un'amica della prima amica. E io, che non conosco nessuna di loro, vengo a scoprire in modo dettagliato consistenza e conformazione dei rotolini di adipe apparsi nel loro ventre a causa del cambiamento ormonale. E, lo ammetto, mi lascio trascinare in questa follia e leggo tutti i commenti, scoprendo l'esistenza di biancheria intima tecnologicamente avanzata che una volta infilata appiattisce il ventre, alza i glutei, snellisce le cosce e fa sì che il seno sfidi la legge di gravità ...
Ahimè! Anni di lotte femminili per liberarsi dai corsetti che comprimevano il busto gettate al vento davanti al sogno del leggins modellante.

Ma ci sono anche conversazioni che mi mettono tristezza ... Mi chiedo se è proprio necessario scrivere sotto il post che annuncia la dipartita del caro estinto: "R.I.P. Non ti conoscevo, ma mi dispiace tanto", oppure: "Che lutto terribile (faccina triste) abbraccio la famiglia" e subito sotto: "ma chi era?". Il tutto seguito da una serie di immagini di angeli e cherubini che in vita non ci hanno mai assistito, ma che a quanto pare nell'aldilà ci faranno compagnia (sempre che non siano dotati di smartphone anche loro).

R.I.P cara privacy, in questo #friendsday sei l'unica amica che voglio celebrare.


Di solito storco il naso davanti alle tradizioni americane importate nel nostro Paese. Alcune, come la festa di Halloween, le taccio di bieco consumismo.
Ma poi mi trovo davanti nuove tradizioni di importazione come il Black Friday, pur sempre consumistiche, che in qualche modo riescono ad attrarre la mia attenzione e a far breccia (ahimè) nel mio portafoglio.

Certo, sfruttare al meglio l'occasione di un black Friday è impegnativo e richiede grandi capacità organizzative. Bisogna programmare una scaletta con tutti gli orari, negozio per negozio, e stilare una lista di tutte le occasioni perché, si sa, la maggior parte di questi sconti dura solo un'ora.
Inoltre,  bisogna saper ottimizzare gli itinerari per raggiungere i negozi e i percorsi all'interno del negozio stesso, per raggiungere al più presto e prima delle altre l'agognato prodotto super-scontato.
Insomma, la donna che riesce ad aggiudicarsi cinque diverse offerte in un solo Black Friday dovrebbe inserire questa sua abilità nel curriculum vitae ...

Ma anche se non siamo portate per gareggiare in questa maratona fisica all'acquisto, nulla ci impedisce di rinunciare. Basta essere un po' geek (o nerd) e cercare le offerte migliori partecipando ai  Black Friday online. Si monitora il sito, si sceglie il prodotto e e si mette in agenda (elettronica) un alert per essere avvisate dell'inizio dell'offerta. Al segnale acustico non ci resta che cliccare il link e procedere all'acquisto. Facile e veloce.

Ancor più comodo è iscriversi a servizi come  Amazon Prime per accedere alle offerte prima degli altri o spulciare tra le varie offerte negli outlet virtuali alla caccia del regalo di Natale perfetto e super-scontato, come la Borsa Termica per Racchette da Tennis  da regalare al fidanzato tennista, il plaid da viaggio  per l'amica freddolosa, il Set di copri-mazze per il fratello golfista, e la Felpa divertente per l'amico pantofolaio. Oppure, se mancano le idee, visitare il  Negozio Moto,  Audio o  Abbigliamento.

Insomma, se riteniamo di essere predestinate  a scialacquare il nostro budget, sappiamo benissimo che non ci serve uscire da casa per cadere in tentazione. Per appagare il nostro bisogno di possedere oggetti spesso inutili, ci basta uno smartphone. E allora cerchiamo almeno di acquistare al miglior prezzo possibile, almeno potremo dire "Non l'ho mai usato, ma è stato veramente un affare!" :D
Sto andando ad Assisi, domani sarò relatore al +TEDxAssisi

Il viaggio in treno è molto lungo e ho passato il tempo lavorando, ma ora la stanchezza inizia a farsi sentire, così mi rilasso guardando dal finestrino.

I sedili vicino a me sono occupati da una coppia giovanissima e dai loro due figli. 
I due bimbi sono chiaramente annoiati. Ad ogni stazione chiedono: “Siamo arrivati?” E tra una stazione e l’altra ripetono senza sosta: “Ma quando arriviamo?’
I genitori sono stanchi e non rispondono nemmeno più. 

Ad un tratto però la giovane mamma si anima e dice ai piccoli: “Guardate si vede il mare!” I bimbi si lanciano in un cicaleccio entusiasta: “il mare, il mare, che bello” - dice il maschietto - "Ci sono anche le barche!" - replica la femminuccia. 
Altri passeggeri incuriositi si affacciano ai finestrini. Qualcuno fa anche qualche apprezzamento sul mare.

A questo punto vado in panico, devo aver sbagliato treno! 
Prendo il cellulare e mi faccio geo-localizzare da Google … Posso tirare un sospiro di sollievo, sono in Umbria e sono diretta ad Assisi.

Ripongo il cellulare in borsa  e sorrido. Trent’anni fa avrei detto: "No signora, quello non è il mare, è il lago Trasimeno”.
Ma oggi no.
Oggi assistita dalla tecnologia mi è più facile dubitare di me stessa ...



Sono una bella coppia. Entrambi alti e slanciati, entrambi con una lunga chioma nera.
Li osservo  mentre stanno lì, seduti davanti a due tazza di caffè ormai vuote.

Lei parla, parla ... Mette insieme frasi spezzate intercalate da tanti "cioè" e "insomma", come fanno tanti altri adolescenti.

Io la osservo, catturata da quella chioma nera che ondeggia e sembra seguire il ritmo del suo discorso tanto che un ciuffo di capelli continua a ricaderle sugli occhi.

Lui la adora, glielo leggo negli occhi. La guarda con quello sguardo assente che solo gli innamorati hanno e la ascolta senza interromperla mai.
Di tanto in tanto allunga una mano incerta verso il volto di lei e le sposta delicatamente quel ciuffo ribelle dalla fronte.

Lei non si interrompe, continua il suo discorso: "Si perché, cioè, io sono una bella persona. Insomma, cioè ho tante cose belle dentro di me. E' solo, che cioè, non so come farle vedere fuori".

Lui per un attimo sembra riscuotersi dal torpore adorante, ha la soluzione! Sorride e le dice: "Fatti una lastra!"

Imbarazzata, finisco di bere il mio caffè ...

"Eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare"; è con questo stile che scelgo i capi che indosso, ma da qui a fare la fashion blogger...

Eppure tutti mi continuano a dire che dovrei pensarci e che dovrei inserire in questo blog qualche post modaiolo.

Così da qualche giorno, quando mi sento ripetere la fatidica frase "Dovresti fare la fashion blogger", rispondo: "Dammi un buon motivo per farlo e ci penserò".

Ne è uscita una lista di ben dieci motivazioni tra l'umoristico e il faceto, che mi fanno sembrare un po' snob ... Ma voi non lasciatevi ingannare dall'apparenza ;).

10 buoni motivi per i quali dovrei fare la fashion blogger (secondo le mie amiche)

Perché gli unici sport che hai praticato in vita tua sono: equitazione, tennis e golf. Li hai scelti perché ti puoi vestire bene e non sei obbligata a indossare una tuta.[M.N.]
Perché hai una tale avversione per i leggins, che ti viene l'orticaria ogni volta che una commessa ti propone di indossarli. [M.B.]
Perché non indossi mai calze con trama superiore ai 15 den, nemmeno se infuria una tempesta di neve [A.P.]
Perché quando siamo andate all'Oviesse tu hai detto: "Guarda che carini questi prendisole da spiaggia!" e io ti ho provocato uno shock culturale rispondendoti: "Lo sai vero che le donne li indossano come abiti da città?" [E.M.]
Perché quanto siamo entrate nel negozio di articoli sportivi per cercare un cappellino da golf in cotone egiziano, la commessa, non disponendo dell'articolo, ti ha proposto in sostituzione un berretto in acrilico nero. Ti ho fatto uscire, o le avresti tenuto una lectio magistralis sui cappellini sportivi. [C.S.]
Perché davanti alla cliente indecisa sull'outfit da scegliere, la commessa le ha detto: "Venga che chiediamo consiglio a quella signora che si veste sempre benissimo". Qualche tempo dopo  la commessa ti ha detto che quella cliente era tornata e di fronte all'ennesima indecisione aveva chiesto di te. [E.R.]
Ricordi quando siamo andate in camiceria per acquistare una camicia in lino e la commessa ti ha dato un camicione largo e lungo fino al ginocchio? Tu le hai detto con gentilezza che sei troppo minuta per quel modello e lei ti ha risposto in malo modo: "Ma va indossato con i pantaloni, non certo con la gonna che ha addosso! L'importante è che si arrotoli i pantaloni alla caviglia!". "Non è il mio stile", hai risposto con un sorriso tirato. Quando siamo uscite mi hai detto "Quella ragazza dovrebbe arrotolare i pantaloni, intorno al collo però. Le impedirebbe di dire stupidaggini". [R.V.]
Perché quando ci siamo incontrate a Venezia in una giornata di acqua alta, tu indossavi un tailleur elegantissimo e stivale di gomma coordinato. Ti ho fatto notare la "sciccheria" e tu mi hai risposto seria: "Le calamità naturali non sono un valido motivo per non abbinare le scarpe all'abito". [P.D.M.]
Perchè gli unici tronchetti ammessi in casa tua sono piante o dolci natalizi. Ammetti i polacchini, ma solo con i pantaloni. [R.D.]
Perchè in oltre mezzo secolo non hai ancora capito che indossare più capi di maglieria uno sopra l'altro è una libera scelta e non il risultato di un causale rotolarsi nell'armadio sperando che qualcosa ti resti appiccicato addosso. [l.G.]

Un unico tweet di un amico e i ricordi si affollano impetuosi nella mente.
 #Mwanza I missed you !!! #academicnomad at his final destination :-) #ShareAndMeet
- Matteo Botteghi (@MatteoBotteghi14 giugno 2015.
Cerco il mio diario, sfoglio le pagine ... Mwanza, Mwanza ed è subito un tuffo indietro nel tempo

Anno 1987

Finalmente in Tanzania. Dopo un lunghissimo volo, Via Parigi, atterro a Dar Es Salaam la più grande città portuale dello Stato, più grande persino della capitale Dodoma.

Scendo dall'aereo e respiro a pieni polmoni quell'aria africana così ricca di ossigeno e pregna di tutti quegli odori che in Europa non esistono più. 
Sono stanca e per niente galvanizzata all'idea di sottopormi ai lunghi e minuziosi controlli doganali.
Bagagli, passaporti, documenti sanitari, tutto qui viene vagliato con la classica lentezza africana, che un europeo potrebbe scambiare per indolenza.
Ma è solo uno stile di vita. Qui il motto più comune è "Haraka haraka, haina baraka"  (più hai fretta, più lento vai) e ogni frase è intercalata da “Pole, pole msuri" (prendila con calma).
Mi rassegno e attendo paziente di potermi imbarcare sull'altro aereo che mi attende: un piccolo monomotore con quattro posti.
Finalmente salgo, ma per qualche strano motivo il portellone si chiude di colpo dietro di me bloccandosi e lasciando all'esterno il pilota.

Karibu Afrika Cristina! (benvenuta in Africa)

Prima o poi, con calma, qualcuno arriverà ad aiutare il pilota e chissà forse riusciremo a partire, o forse no.  Mi preparo ad attendere a lungo e invece il portellone si sblocca di colpo e il pilota può finalmente raggiungermi a bordo.
Su quella specie di giocattolo sorvolo la savana africana a nord dell'antica strada degli schiavi che dal Lago Nyasa si snodava fino a Kilwa e Bagamoyo. La mia destinazione è in un punto imprecisato della regione di Shinyanga su a Nord, verso il Lago Vittoria (i locali lo chiamano Nyanza, acqua) e ai confini con il Burundi.

Penso a questa regione che sembra essere senza storia, ma che ha un passato di oppressione e di conflitti tribali che ancora oggi sfociano in massacri nei vicini Rwanda e Burundi. Qui gli agricoltori Hutu vennero assoggettati dai nomadi provenienti dai Nord: Wahuma e Watutsi che instaurarono un regime feudale che durò troppo a lungo e che fu l'origine dell' attuale antagonismo tra Hutu e Watutsi. 
E pensare che da ragazzina tutto ciò che conoscevo di questo popolo guerriero era una canzonetta di Vianello degli anni Sessanta che recitava: "siamo i Watussi, siam alti tre metri"...

Guardo fuori dall'oblò e il corso dei miei pensieri torna ai paesaggi che ho sorvolato: le bianche coste sabbiose bagnate dall'acqua limpida dell'Oceano, dove il sole riflette i mille colori dei coralli; le verdi distese della savana, ricche di mangrovie, baobab, mopane, interrotte dalle macchie gialle e azzurre dei fiori; la linea ferroviaria che collega Dar Es Salaam con Tabora e Mwanza; il corso dei fiumi; sentieri azzurri tra la vegetazione.
Ormai conosco a memoria questi punti di riferimento, sono la mia mappa.

Dall'oblò intravedo la pista di atterraggio in terra battuta tracciata in mezzo ad una rigogliosa vegetazione. Siamo a Shynianga. "Grazie al cielo questa volta si atterra nel posto giusto" penso soddisfatta. Qui capita di perdersi nei cieli della Tanzania e di dover atterrare in luoghi lontanissimi dalla destinazione. Il ringraziamento alle divinità è d'uopo.

Il tempo di scaricare il bagaglio e sono pronta a continuare il viaggio. Ora si va verso nord. Mi attende un lungo percorso in Jeep su piste scavate dalle piogge e piene di buche. Per quattro ore viaggio in mezzo alla savana o, come la chiamano qui, bush. Non vedo molti animali: gruppi di faraone, qualche facocero, ma niente antilopi, né i numerosi branchi di animali ai quali ero abituata in Botswana. Del resto la calura è ancora opprimente e sono lontana dalle piste dell'acqua, dove gli animali vanno ad abbeverarsi.
Gli insetti invece non tardano a manifestare la loro fastidiosa presenza, e già le prime mosche tse¬tse entrano dal finestrino e iniziano a lasciarmi dolorosi forellini sulla pelle.

Dopo qualche ora incrocio i primi villaggi, ma sono ancora lontana dalla missione. Lo capisco perché le donne indossano solo un Kanga, un coloratissimo telo avvolto intorno ai fianchi, e stanno a seno scoperto. Chi abita vicino alla missione tende a coprirsi, un'abitudine frutto delle colonizzazioni tedesca e inglese, ma anche dell'opera dei missionari.
Nessuno però è riuscito a trasformare lo stile di vita locale, la vita del pole, pole del villaggio, del pombe (birra locale) e delle ngoma (le danze tradizionali) vere e proprie celebrazioni al suono della musica pulsante di fischietti, miramas (una specie di xilofono in legno), e tamburi di tutte le forme e dimensioni.
Anche se un quarto della popolazione in seguito all'opera dei missionari è divenuta cattolica, resta comunque profondamente animista. La felicità va trovata nell'armonia della natura.
La magia è praticata e temuta e lo stregone è ancora lo sciamano del villaggio, oltre che indovino. Tutte le cerimonie legate a nascite, matrimoni, morte sono celebrate con pratiche tribali e non cattoliche.

Finalmente il viaggio ha termine, sono arrivata alla missione cattolica di Ushirombo. Donne, uomini e bambini mi attorniano vocianti, urlando festosi "Karibu mama" (benvenuta). Dietro a loro Padre John, il vecchio missionario ormai cieco, mi invita all'interno della missione, costruita in mattoni, ma con il pavimento in terra battuta.
Bevo mezza caraffa d'acqua fresca e poi  raggiungo gli altri nell'accampamento allestito poco lontano dalla missione. I fuochi sono già accesi per la notte, servono a tenere lontani i leoni.
Non ci sono molte comodità e nemmeno molto cibo. Non ci sono fiumi vicini per pescare, ma si può cacciare la selvaggina e la missione ha un piccolo shamba, un pezzetto di terra dove vengono coltivate patate, fagioli e cipolle e in natura c'è abbondanza di frutta.

Domani andrò al mercato, magari comprerò qualche papaya e se ho fortuna anche un ananas.
Ecco che la mente vola ancora. Vedo con gli occhi della memoria il mercato locale, riesco quasi a percepirne gli odori.
Ricordo il banchetto che vende tre frutti della passione, piccoli frutti dalla scorza rigida e arancione che contengono una sostanza trasparente e gelatinosa dolcissima, e un unico“cuore di bue” il frutto dalla forma di un grosso cuore, con la scorza verde e l'interno costituito da una polpa bianca di consistenza burrosa.
Poco più avanti c'è il banchetto della donna che vende le uova e qualche mazzetto di ncicia l'erba selvatica che ha un vago sapore di spinaci. Su un ramo basso del baobab poggiano le rastrelliere di pesce secco che arriva dal lago e a terra v'è qualche cesto ricolmo della leccornia locale: termiti e caterpillar, grossi bruchi dalla corazza nera, dura e lucida.
La bimba incaricata della vendita del latte siede tra i secchi più grandi di lei. Ma non si sa mai se è latte appena munto o se vi è stata aggiunta urina di capra per conservarlo.
 E poi poco più in là, ai limiti del mercato, rivedo i negozietti di fango dove si vendono farina, riso e carne.
Il riso non viene venduto a peso, ma a misura. La misura è una vecchia lattina arrugginita e spesso fangosa poggiata sopra i grossi sacchi di iuta brulicanti di vita. Non smetto mai di stupirmi della grande varietà di insetti ospitata in quei sacchi di riso.
Le carni marcescenti, invece, fanno bella mostra di sé sopra un telo steso terra. Quando ci si avvicina il manto brulicante di mosche che ricopre la carne si solleva per un attimo, assumendo un colore iridescente sotto i raggi del sole.

Un richiamo mi riscuote dai miei pensieri, è ora di cenare. Al resto penserò domani.

Domani, domani...

La mente vola ancora. Ricordo la prima volta che sono arrivata in questo Paese dove i bianchi non erano i benvenuti. Sì c'è razzismo nei confronti dei bianchi in questo Paese, ma non a causa della deportazione degli schiavi o del colonialismo.  No, il razzismo è solo un pretesto per giustificare il bisogno di questa nazione di essere autonoma.
Dopo anni di lotte tribali tra Kamba, Nyamwezy e Yao; guerrieri e commercianti di schiavi; Zulu Hehe e Nyamwezi,; Masai e le molte altre etnie di ceppo Bantu; focolai di rivolta contro i Tedeschi; lo spirito del Paese si è unito sotto la fiaccola del Uhuru na Umoja (libertà e unità) e, nel 1961, sotto la guida politica di Julius Kambarage Nyerere, e con l'appoggio deIl'ONU, il Tanganika è diventato stato indipendente assumendo il nome di Tanzania.

Nyerere. Ha conquistato gli animi con la politica dell'Ujamaa, la famiglia allargata al villaggio dove la terra viene lavorata da tutti e i suoi frutti condivisi. E ha nazionalizzato industrie, banche, commercio, rifiutando gli investimenti stranieri soprattutto quelli americani ed europei.
Nei giornali hanno persino scritto: "E' scientificamente provato che la farina mandata dagli U.S.A., provoca gravi menomazioni e deformazioni, come il mongolismo e la poliomielite".
La propaganda è giustificata dal bisogno dell'autogoverno.
Ma il sogno di Nyerere di meccanizzare l'agricoltura per invitare i contadini a restare nelle Ujamaa, non dura a lungo. I trattori forniti ai contadini per soppiantare gli animali da giogo, si rompono e non esistono tecnici per la manutenzione nel Paese, non esistono nemmeno i pezzi di ricambio. La benzina non arriva. Mancano le strade e i trasporti sono difficoltosi e costosissimi.
Si coltiva caffè, ma mancano le fabbriche per la torrefazione e mancano anche lavoratori con specializzazioni tecniche e amministrative.
La Tanzania esporta così caffè, cotone, tabacco e noccioline a basso costo, e importa a prezzi altissimi la tecnologia di cui ha bisogno, ma anche i generi di prima necessità.

Ma ora siamo alla fine degli anni Ottanta. e molte cose sono cambiate. Grazie agli investimenti stranieri, soprattutto italiani, è iniziata la costruzione di strade e aeroporti, le tasse di importazione sono meno gravose, gli scambi commerciali favoriti, si sfruttano le ricchissime miniere di ferro e carbone in sostituzione di quelle di oro e diamanti da tempo esaurite.
Certo c'è anche l'altra parte della medaglia. Con i soldi dei bianchi  si alimentano anche il mercato nero, le lungaggini burocratiche mirate all'ottenimento di bustarelle, la corruzione ...

"Mama Haraka, njoo ule chakula" - una voce squillante mi ricorda che la cena è pronta.
Metto da parte i miei pensieri e mi avvio.

La polvere rossa si solleva ad ogni passo e si deposita sulle mie espadrillas. "Chissà come mi è venuto in mente di acquistare delle espadrillas bianche per vivere in mezzo a tutta questa sporcizia", penso.
Si, qui il vero problema è l'igiene. Manca l'elettricità, non esiste un acquedotto, né una rete fognaria.
L'acqua viene raccolta dalle pozze, ma è contaminata. Le epidemie di colera hanno un andamento stagionale, come l'influenza in Europa.
Non ci sono vaccini per gli africani. Vaccini e farmaci sono costosissimi, non se li possono permettere.  Muoiono a decine, vengono accatastati nei villaggi e poi bruciati. A volte i morti vengono trasportati altrove con i camion. Sembra che non ci sia fine a queste epidemia, ma poi ogni volta i casi di contagio iniziano a diminuire e la situazione si normalizza.

Ma restano comunque il flagello della malaria, che causa tantissime morti, il tripanosoma, la malattia del sonno causata dalla mosca tse-tse, le febbri tifoidi, la cecità dei bambini causata dalle mosche che si affollano sui loro occhi, depositandovi le uova.
E il morbillo, credevo che il morbillo fosse una banalissima malattia che passa senza lasciar traccia. E invece qui ho scoperto che di morbillo si muore.
Ma non ci sono vaccini per questi bambini, non se le possono permettere.

"Nakuja!"(arrivo!) Urlo e questa volta sì mi affretto verso la mensa.


Era il 1987, un'altra vita.


Passeggio per le strade di Metz. Ho una mappa in mano - me l'hanno consegnata premurosamente in hotel - ma non mi serve veramente, preferisco girovagare senza meta.

Una famigliola dall'altro lato della strada sembra essersi smarrita. Si guardano intorno, poi mi avvistano. "Chiediamo a quella signora" - dice in italiano la donna.

Lui le urla dietro. E' chiaramente nervoso e inizia a inveire.
"Cosa vuoi chiederele? Non capisce un *** come tutti questi **** di francesi di **** che sanno parlare solo francese!" urla l'uomo.

Lei si avvicina lo stesso a me. Mi sorride impacciata e mi chiede: "Madame, andar basilic ... rue?" .
"Può parlare in italiano" rispondo io.

Lei acquista improvvisamente baldanza, si gira verso il marito e urla: "Parla italiano! La signora parla italiano" e poi di nuovo rivolta a me: "Sa dirmi la strada per la basilica?"

La basilica è proprio girato l'angolo, ma le faccio vedere comunque anche la posizione sulla mappa, anzi decido di regalargliela quella mappa. A me non serve.

Lei accetta felice. "E' proprio gentile!" mi dice. Il marito borbotta qualche scusa, si è reso conto che ho capito le sue invettive.
A nessuno dei due è ancora passato per la mente che una donna che parla italiano, con una mappa in mano, probabilmente è italiana e non francese.

Lei tenta di intrattenere ancora un minimo di conversazione, per cortesia. In fondo le ho regalato la mappa!
"Come mai ha imparato l'italiano?" - mi chiede.
Non resisto e le rispondo: "L'ho studiato perché volevo andare in vacanza in Italia e mi hanno detto che gli italiani non parlano francese" :)


Sono in coda alla cassa. Non ho fretta, mi godo quest'attimo di tranquillità.

Davanti a me  un signore anziano posa il cestello sul bancone. La commessa inizia a passare gli articoli in modo meccanico poi, all'improvviso, si ferma.
Uno degli articoli è in promozione e lei solerte avvisa il cliente: "Se ha il buono di Facebook su questo pezzo ha 10 euro di sconto".

L'anziano la guarda, sembra non aver capito.

Lei assalita da un dubbio gli chiede: "Ce l'ha Facebook, vero?"
"Feis che?" chiede lui.
"Facebook, non ha Facebook nel cellulare?" - insiste lei - "Va bene anche nel computer", aggiunge subito coscienziosa.

L'anziano la guarda imbarazzato e tace.

La commessa insiste: "Non ha un figlio o un nipote che possono darle il buono di Facebook? Lo dico per lei, perchè 10 euro sono un bello sconto e comunque vale su tutti gli articoli sanitari".

L'anziano le risponde quasi in un sussurro "Ho l'esenzione sul libretto sanitario".

Lei a questo punto è spazientita, passa l'articolo e gli dice "Guardi,  mi spiace per lei, ma devo farglielo pagare intero."

L'uomo paga ed esce con le spalle curve, lo sguardo rivolto al pavimento, come chi ha appena subito un' umiliazione.

Io mi sbrigo subito, ho solo due cose e ora ho improvvisamente fretta. Pago ed esco dal negozio. Raggiungo l'anziano signore quasi subito e lo saluto con un cenno del capo.

Lui mi riconosce e mi saluta a sua volta.

Allora rallento il passo e gli chiedo "Posso aiutarla a portare la borsa? Sembra che andiamo tutti e due nella stessa direzione".

Lui mi guarda e mi regala un sorriso sincero. E' il sorriso di chi ha compreso che non tutto è scomparso del suo vecchio mondo. 
Mi passa la borsa e ci avviamo fianco a fianco in silenzio ...