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16 giu 2015

Vita da nomadi. Dal mio diario:Tanzania

Un unico tweet di un amico e i ricordi si affollano impetuosi nella mente.
 #Mwanza I missed you !!! #academicnomad at his final destination :-) #ShareAndMeet
- Matteo Botteghi (@MatteoBotteghi14 giugno 2015.
Cerco il mio diario, sfoglio le pagine ... Mwanza, Mwanza ed è subito un tuffo indietro nel tempo

Anno 1987

Finalmente in Tanzania. Dopo un lunghissimo volo, Via Parigi, atterro a Dar Es Salaam la più grande città portuale dello Stato, più grande persino della capitale Dodoma.

Scendo dall'aereo e respiro a pieni polmoni quell'aria africana così ricca di ossigeno e pregna di tutti quegli odori che in Europa non esistono più. 
Sono stanca e per niente galvanizzata all'idea di sottopormi ai lunghi e minuziosi controlli doganali.
Bagagli, passaporti, documenti sanitari, tutto qui viene vagliato con la classica lentezza africana, che un europeo potrebbe scambiare per indolenza.
Ma è solo uno stile di vita. Qui il motto più comune è "Haraka haraka, haina baraka"  (più hai fretta, più lento vai) e ogni frase è intercalata da “Pole, pole msuri" (prendila con calma).
Mi rassegno e attendo paziente di potermi imbarcare sull'altro aereo che mi attende: un piccolo monomotore con quattro posti.
Finalmente salgo, ma per qualche strano motivo il portellone si chiude di colpo dietro di me bloccandosi e lasciando all'esterno il pilota.

Karibu Afrika Cristina! (benvenuta in Africa)

Prima o poi, con calma, qualcuno arriverà ad aiutare il pilota e chissà forse riusciremo a partire, o forse no.  Mi preparo ad attendere a lungo e invece il portellone si sblocca di colpo e il pilota può finalmente raggiungermi a bordo.
Su quella specie di giocattolo sorvolo la savana africana a nord dell'antica strada degli schiavi che dal Lago Nyasa si snodava fino a Kilwa e Bagamoyo. La mia destinazione è in un punto imprecisato della regione di Shinyanga su a Nord, verso il Lago Vittoria (i locali lo chiamano Nyanza, acqua) e ai confini con il Burundi.

Penso a questa regione che sembra essere senza storia, ma che ha un passato di oppressione e di conflitti tribali che ancora oggi sfociano in massacri nei vicini Rwanda e Burundi. Qui gli agricoltori Hutu vennero assoggettati dai nomadi provenienti dai Nord: Wahuma e Watutsi che instaurarono un regime feudale che durò troppo a lungo e che fu l'origine dell' attuale antagonismo tra Hutu e Watutsi. 
E pensare che da ragazzina tutto ciò che conoscevo di questo popolo guerriero era una canzonetta di Vianello degli anni Sessanta che recitava: "siamo i Watussi, siam alti tre metri"...

Guardo fuori dall'oblò e il corso dei miei pensieri torna ai paesaggi che ho sorvolato: le bianche coste sabbiose bagnate dall'acqua limpida dell'Oceano, dove il sole riflette i mille colori dei coralli; le verdi distese della savana, ricche di mangrovie, baobab, mopane, interrotte dalle macchie gialle e azzurre dei fiori; la linea ferroviaria che collega Dar Es Salaam con Tabora e Mwanza; il corso dei fiumi; sentieri azzurri tra la vegetazione.
Ormai conosco a memoria questi punti di riferimento, sono la mia mappa.

Dall'oblò intravedo la pista di atterraggio in terra battuta tracciata in mezzo ad una rigogliosa vegetazione. Siamo a Shynianga. "Grazie al cielo questa volta si atterra nel posto giusto" penso soddisfatta. Qui capita di perdersi nei cieli della Tanzania e di dover atterrare in luoghi lontanissimi dalla destinazione. Il ringraziamento alle divinità è d'uopo.

Il tempo di scaricare il bagaglio e sono pronta a continuare il viaggio. Ora si va verso nord. Mi attende un lungo percorso in Jeep su piste scavate dalle piogge e piene di buche. Per quattro ore viaggio in mezzo alla savana o, come la chiamano qui, bush. Non vedo molti animali: gruppi di faraone, qualche facocero, ma niente antilopi, né i numerosi branchi di animali ai quali ero abituata in Botswana. Del resto la calura è ancora opprimente e sono lontana dalle piste dell'acqua, dove gli animali vanno ad abbeverarsi.
Gli insetti invece non tardano a manifestare la loro fastidiosa presenza, e già le prime mosche tse¬tse entrano dal finestrino e iniziano a lasciarmi dolorosi forellini sulla pelle.

Dopo qualche ora incrocio i primi villaggi, ma sono ancora lontana dalla missione. Lo capisco perché le donne indossano solo un Kanga, un coloratissimo telo avvolto intorno ai fianchi, e stanno a seno scoperto. Chi abita vicino alla missione tende a coprirsi, un'abitudine frutto delle colonizzazioni tedesca e inglese, ma anche dell'opera dei missionari.
Nessuno però è riuscito a trasformare lo stile di vita locale, la vita del pole, pole del villaggio, del pombe (birra locale) e delle ngoma (le danze tradizionali) vere e proprie celebrazioni al suono della musica pulsante di fischietti, miramas (una specie di xilofono in legno), e tamburi di tutte le forme e dimensioni.
Anche se un quarto della popolazione in seguito all'opera dei missionari è divenuta cattolica, resta comunque profondamente animista. La felicità va trovata nell'armonia della natura.
La magia è praticata e temuta e lo stregone è ancora lo sciamano del villaggio, oltre che indovino. Tutte le cerimonie legate a nascite, matrimoni, morte sono celebrate con pratiche tribali e non cattoliche.

Finalmente il viaggio ha termine, sono arrivata alla missione cattolica di Ushirombo. Donne, uomini e bambini mi attorniano vocianti, urlando festosi "Karibu mama" (benvenuta). Dietro a loro Padre John, il vecchio missionario ormai cieco, mi invita all'interno della missione, costruita in mattoni, ma con il pavimento in terra battuta.
Bevo mezza caraffa d'acqua fresca e poi  raggiungo gli altri nell'accampamento allestito poco lontano dalla missione. I fuochi sono già accesi per la notte, servono a tenere lontani i leoni.
Non ci sono molte comodità e nemmeno molto cibo. Non ci sono fiumi vicini per pescare, ma si può cacciare la selvaggina e la missione ha un piccolo shamba, un pezzetto di terra dove vengono coltivate patate, fagioli e cipolle e in natura c'è abbondanza di frutta.

Domani andrò al mercato, magari comprerò qualche papaya e se ho fortuna anche un ananas.
Ecco che la mente vola ancora. Vedo con gli occhi della memoria il mercato locale, riesco quasi a percepirne gli odori.
Ricordo il banchetto che vende tre frutti della passione, piccoli frutti dalla scorza rigida e arancione che contengono una sostanza trasparente e gelatinosa dolcissima, e un unico“cuore di bue” il frutto dalla forma di un grosso cuore, con la scorza verde e l'interno costituito da una polpa bianca di consistenza burrosa.
Poco più avanti c'è il banchetto della donna che vende le uova e qualche mazzetto di ncicia l'erba selvatica che ha un vago sapore di spinaci. Su un ramo basso del baobab poggiano le rastrelliere di pesce secco che arriva dal lago e a terra v'è qualche cesto ricolmo della leccornia locale: termiti e caterpillar, grossi bruchi dalla corazza nera, dura e lucida.
La bimba incaricata della vendita del latte siede tra i secchi più grandi di lei. Ma non si sa mai se è latte appena munto o se vi è stata aggiunta urina di capra per conservarlo.
 E poi poco più in là, ai limiti del mercato, rivedo i negozietti di fango dove si vendono farina, riso e carne.
Il riso non viene venduto a peso, ma a misura. La misura è una vecchia lattina arrugginita e spesso fangosa poggiata sopra i grossi sacchi di iuta brulicanti di vita. Non smetto mai di stupirmi della grande varietà di insetti ospitata in quei sacchi di riso.
Le carni marcescenti, invece, fanno bella mostra di sé sopra un telo steso terra. Quando ci si avvicina il manto brulicante di mosche che ricopre la carne si solleva per un attimo, assumendo un colore iridescente sotto i raggi del sole.

Un richiamo mi riscuote dai miei pensieri, è ora di cenare. Al resto penserò domani.

Domani, domani...

La mente vola ancora. Ricordo la prima volta che sono arrivata in questo Paese dove i bianchi non erano i benvenuti. Sì c'è razzismo nei confronti dei bianchi in questo Paese, ma non a causa della deportazione degli schiavi o del colonialismo.  No, il razzismo è solo un pretesto per giustificare il bisogno di questa nazione di essere autonoma.
Dopo anni di lotte tribali tra Kamba, Nyamwezy e Yao; guerrieri e commercianti di schiavi; Zulu Hehe e Nyamwezi,; Masai e le molte altre etnie di ceppo Bantu; focolai di rivolta contro i Tedeschi; lo spirito del Paese si è unito sotto la fiaccola del Uhuru na Umoja (libertà e unità) e, nel 1961, sotto la guida politica di Julius Kambarage Nyerere, e con l'appoggio deIl'ONU, il Tanganika è diventato stato indipendente assumendo il nome di Tanzania.

Nyerere. Ha conquistato gli animi con la politica dell'Ujamaa, la famiglia allargata al villaggio dove la terra viene lavorata da tutti e i suoi frutti condivisi. E ha nazionalizzato industrie, banche, commercio, rifiutando gli investimenti stranieri soprattutto quelli americani ed europei.
Nei giornali hanno persino scritto: "E' scientificamente provato che la farina mandata dagli U.S.A., provoca gravi menomazioni e deformazioni, come il mongolismo e la poliomielite".
La propaganda è giustificata dal bisogno dell'autogoverno.
Ma il sogno di Nyerere di meccanizzare l'agricoltura per invitare i contadini a restare nelle Ujamaa, non dura a lungo. I trattori forniti ai contadini per soppiantare gli animali da giogo, si rompono e non esistono tecnici per la manutenzione nel Paese, non esistono nemmeno i pezzi di ricambio. La benzina non arriva. Mancano le strade e i trasporti sono difficoltosi e costosissimi.
Si coltiva caffè, ma mancano le fabbriche per la torrefazione e mancano anche lavoratori con specializzazioni tecniche e amministrative.
La Tanzania esporta così caffè, cotone, tabacco e noccioline a basso costo, e importa a prezzi altissimi la tecnologia di cui ha bisogno, ma anche i generi di prima necessità.

Ma ora siamo alla fine degli anni Ottanta. e molte cose sono cambiate. Grazie agli investimenti stranieri, soprattutto italiani, è iniziata la costruzione di strade e aeroporti, le tasse di importazione sono meno gravose, gli scambi commerciali favoriti, si sfruttano le ricchissime miniere di ferro e carbone in sostituzione di quelle di oro e diamanti da tempo esaurite.
Certo c'è anche l'altra parte della medaglia. Con i soldi dei bianchi  si alimentano anche il mercato nero, le lungaggini burocratiche mirate all'ottenimento di bustarelle, la corruzione ...

"Mama Haraka, njoo ule chakula" - una voce squillante mi ricorda che la cena è pronta.
Metto da parte i miei pensieri e mi avvio.

La polvere rossa si solleva ad ogni passo e si deposita sulle mie espadrillas. "Chissà come mi è venuto in mente di acquistare delle espadrillas bianche per vivere in mezzo a tutta questa sporcizia", penso.
Si, qui il vero problema è l'igiene. Manca l'elettricità, non esiste un acquedotto, né una rete fognaria.
L'acqua viene raccolta dalle pozze, ma è contaminata. Le epidemie di colera hanno un andamento stagionale, come l'influenza in Europa.
Non ci sono vaccini per gli africani. Vaccini e farmaci sono costosissimi, non se li possono permettere.  Muoiono a decine, vengono accatastati nei villaggi e poi bruciati. A volte i morti vengono trasportati altrove con i camion. Sembra che non ci sia fine a queste epidemia, ma poi ogni volta i casi di contagio iniziano a diminuire e la situazione si normalizza.

Ma restano comunque il flagello della malaria, che causa tantissime morti, il tripanosoma, la malattia del sonno causata dalla mosca tse-tse, le febbri tifoidi, la cecità dei bambini causata dalle mosche che si affollano sui loro occhi, depositandovi le uova.
E il morbillo, credevo che il morbillo fosse una banalissima malattia che passa senza lasciar traccia. E invece qui ho scoperto che di morbillo si muore.
Ma non ci sono vaccini per questi bambini, non se le possono permettere.

"Nakuja!"(arrivo!) Urlo e questa volta sì mi affretto verso la mensa.


Era il 1987, un'altra vita.


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